«Paesi sicuri», la Commissione Ue cambia idea
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È da poco passato mezzogiorno quando nella Grande Chambre della Corte di giustizia dell’Unione europea gli sguardi si incrociano a cercare conferme di quanto ascoltato dalla rappresentante legale della Commissione Ue. «Alla luce delle osservazioni presentate dagli Stati membri e considerati i quesiti posti dalla Corte, la Commissione è disposta ad accettare che la direttiva 2013/32 consente agli Stati membri di designare paesi di origine come sicuri prevedendo eccezioni per categorie di persone».
In sala il silenzio è assoluto e lo stupore riempie i volti di giudici e avvocati: l’istituzione comunitaria ha appena sostenuto il contrario di quanto scritto nelle osservazioni depositate soltanto un mese fa. Sono firmate dagli stessi legali che intervengono in udienza (presenti due su tre). L’inversione è così clamorosa che il presidente del collegio, il giudice M. K. Lenaerts, chiede: «Ho capito bene che adesso la Commissione sostiene la tesi della maggior parte degli Stati membri qui rappresentati che consiglia la possibilità di designare un paese come sicuro a eccezione di alcune categorie?».
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Risposta affermativa. Nel parere scritto, però, l’istituzione guidata da Ursula von der Leyen aveva affermato che bisogna distinguere le persecuzioni individuali da quelle di intere categorie di persone. La presenza delle seconde impedisce di considerare un paese sicuro, diceva fino all’altro ieri la Commissione. La conversione sulla via di Damasco è talmente radicale che in aula sostiene: anche un paese in cui la metà della popolazione è a rischio, per esempio tutti gli uomini o le donne, può entrare nella lista di quelli sicuri. Il punto non è più la consistenza quantitativa delle categorie per cui vale l’eccezione, ma solo che i suoi appartenenti siano «chiaramente identificabili».Le rappresentanti della Commissione, «agenti», non rispondono alla stampa. Ma si trincerano dietro un «non possono dire nulla» anche con i colleghi avvocati che vorrebbero capire quando e perché la loro posizione è cambiata. Novità normative non ce ne sono state, è lecito sospettare che le ragioni abbiano poco a che fare con il diritto. Sebbene in questi procedimenti l’istituzione Ue non rappresenti una vera e propria parte, ma abbia una funzione quasi terza di interpretazione delle norme.
Avvocati dei rispettivi governi sono invece quelli che intervengono per gli Stati. In un’Europa spostata sempre più a destra non sorprende che quasi tutti, a grandi linee, diano ragione all’esecutivo italiano. Fa eccezione la Germania che in tre quesiti su quattro esprime posizioni opposte e rimane l’unica a dire che non sono sicuri paesi con eccezioni per categorie di persone. Ma ora il governo è cambiato pure a Berlino.
Quanto l’udienza di ieri fosse importante lo racconta un dettaglio: delle 24 cabine destinate alla traduzione simultanea nelle altrettante lingue ufficiali dell’Ue ne erano attive ben 19. «In tanti anni non ho mai visto una cosa simile», afferma una lavoratrice della Corte. Fuori, la capitale del Lussemburgo è avvolta dalla nebbia. Dentro, si spera che l’udienza faccia un po’ di chiarezza sulla vicenda dei «paesi sicuri» che con il protocollo Italia-Albania è diventata centrale per le politiche migratorie del governo Meloni.
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L’avvocatura dello Stato italiano insiste: le eccezioni per gruppi sociali sono legittime; le procedure accelerate non riducono le garanzie; se i giudici ordinari identificano contrasti tra la normativa italiana e quella Ue non devono disapplicare la prima ma rinviare alla Corte costituzionale. Il legale del governo non risponde alla domanda che i giudici avevano posto sul Bangladesh, chiedendo di spiegare come può essere ritenuto sicuro visto che presenta così tante e consistenti eccezioni. Dice solo che per quello Stato l’asilo è accolto nel 5% dei casi (ma giuridicamente questo è un altro discorso).
L’avvocato Dario Belluccio, che con i colleghi Stefano Greco e Sonia Angilletta difende i richiedenti asilo, attacca il governo italiano: nelle designazioni dei paesi sicuri usa «criteri fantasiosi» e ha tradito il principio della certezza del diritto con 20 interventi sull’immigrazione in due anni e mezzo. Rincara: «I veementi attacchi subiti dai giudici per aver disapplicato il diritto interno in contrasto con il diritto dell’Unione vogliono mettere in discussione il primato delle norme Ue in questa materia».
La patata bollente è ora in mano alla Corte. La decisione è particolarmente delicata, perché stretta tra la pretesa politica sempre più netta e diffusa di limitare i diritti fondamentali dei richiedenti asilo e le garanzie codificate in una stagione politica ormai superata, ma che pure al momento restano in vigore. Il 10 aprile l’Avvocato generale depositerà il suo parere indipendente. Entro la primavera è attesa la sentenza.
ilmanifesto